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Storie di Contatto
Come affrontare l’anoressia: la mia esperienza al Centro Disturbi per il comportamento alimentare di Trieste
Sono venuta a conoscenza del servizio tramite il Centro Disturbi per il comportamento Alimentare di Portogruaro dove nella primavera del 2016 venni ricoverata per una ricaduta nel mondo dell’anoressia. Dovendo trasferirmi a Trieste per iniziare l’università sentivo la necessità, essendo lontana da casa, di avere un supporto specifico per il mio problema cosicché prima di lasciarmi, l’equipe portogruarese mi ha messa al corrente dell’esistenza del servizio. Quindi, in un secondo momento, ho ricercato i contatti in Internet, nel sito della ASUITS. Nonostante avessi già risolto la fase più critica della malattia, quindi avessi ricominciato a mangiare e non fossi sottopeso, avevo ancora grossi problemi di carattere psicologico: il mio fisico non rispecchiava i miei pensieri, lamia mente provava disagio rinchiusa nella gabbia del mio corpo, le mie ansie e le mie insicurezze si rendevano ancora manifeste attraverso un’alterazione dell’immagine corporea. Inoltre, non riuscivo ancora ad avere un’alimentazione libera dai miei schemi rigidissimi, avevo ancora paura di molti cibi e le mie giornate erano in gran parte occupate dall’organizzazione della mia alimentazione. Accedere al servizio è stato molto semplice: digitato “servizio CDA Trieste” su Google, il motore di ricerca mi ha automaticamente indirizzata al sito dell’azienda sanitaria, in particolare nella pagina in cui c’è il numero telefonico da contattare. Quindi ho chiamato e ho ricevuto un primo appuntamento. Devo dire che, abituata alle tempistiche di altri servizi, sono rimasta sorpresa della rapidità con cui ho avuto un primo colloquio con la psicologa, la stessa che, in tempi altrettanto brevi, mi ha messa in contatto prima con la dietista, poi con la psichiatra e con altri membri dell’equipe. Fin da subito l’ambiente mi è piaciuto perché mi sono sentita libera di condividere le mie difficoltà senza essere giudicata o attaccata. Per me ciò è stato molto importante per riuscire ad aprirmi e permettere di farmi aiutare. Poi, ho sempre trovato comprensione anche quando la vocina della malattia vince e faccio mezzi disastri con il cibo: gli errori sono messi allo scoperto senza mai un rimprovero impostore, piuttosto c’è la ricerca condivisa di un ragionamento razionale. Infine, per me è confortante notare come l’empatia faccia sembrare condivisa ogni sofferenza, l’aiuto offerto è umile: non mi sono mai sentita abbandonata, ogni qualvolta mi sono fermata nel percorso, ogni singola figura dell’equipe mi ha aspettata per ripartire allo stesso passo. Il servizio mi ha aiutata a liberarmi delle mie inutili paure verso il cibo, ma questa è solo una piccola parte. Farmi ragionare sui miei schemi mentali e farmi capire come il mio pensiero mi portava ogni volta a uno sfogo sulla sfera dell’alimentazione mi ha permesso di imparare a distinguere la malattia dalla mia persona e, di conseguenza, gestire diversamente momenti di difficoltà spesso presenti. Riflettere sulle cause del disturbo ha fatto emergere ansie e insicurezze nascoste che, affrontate, hanno riscattato la mia persona dalla prigionia dello specchio: scoprire e accettare i propri limiti concede la libertà di essere veramente perfetti, considerando una perfezione reale composta anche da errori. Inoltre, farmi considerare nuovamente quell’Io che prende solo sostegno e protezione da ossa e pelle, è stato un primo passo per ristabilire degli obbiettivi e un contatto con il mondo esterno, lo stesso che nella malattia è un buco nero pronto a ingoiarti. Con tutte le difficoltà annesse, mi sono rivalutata e mi sono messa nuovamente in gioco verso il mio grande desiderio di diventare medico, ma anche verso obbiettivi più piccoli che scelgo con creatività nella mia quotidianità, il tutto non privandomi più di una vita sociale e soprattutto non temendo di uscire di casa. Anche per le storie peggiori credo che ognuno abbia il diritto di riscattarsi e riprendere le redini della propria vita allontanando la malattia. Affrontare un disturbo alimentare da soli non è facile, spesso lo si accantona e rimane latente per tornare, quindi in generale consiglierei a chi soffre di disturbi del comportamento alimentare di rivolgersi a degli specialisti. Prendendo in considerazione l’esperienza personale, consiglierei il servizio offerto da ASUITS: a me è stato di grande aiuto rendendo la risalita più semplice e mirata.
Ho smesso
Mi chiamo B., sono un alcolista e anche mio padre lo era. Me lo ricordo a malapena perché aveva abbandonato mia madre quando avevo 3 anni ed è morto per alcolismo che ne avevo 8. Ho sempre giurato a me stesso che non avrei mai fatto come lui, invece pian piano l’alcol mi ha preso la mano e sono diventato proprio come mio padre. A 17 anni sono andato via di casa con la mia ragazza e a 19 ci siamo sposati, ero sicuro di me lavoravo sodo e facevo molto sport, bevevo ma l’alcol non era ancora un problema serio. Quando avevo 24 anni è nato mio figlio, un figlio molto desiderato e molto atteso poiché mia moglie aveva già avuto due interruzioni di gravidanza ed era costretta a letto per poter avere questo figlio. Questo non mi impediva di bere, anzi l’alcol si faceva sempre più strada. Un giorno, dopo un pesante rimprovero perché non avevo fatto la spesa e lei non si poteva muovere, l’ho presa per il collo, per nostra fortuna l’ho lasciata e sono uscito di casa e furibondo, continuando a bere, convinto di avere ragione e di essere io la vittima della sua cattiveria. A 27 anni ho preso una cotta per una donna “che mi capiva” ho abbandonato moglie e figlio di 3 anni: guarda caso esattamente come mio padre. Dopo qualche tempo pieno di sensi di colpa, disperato e ubriaco non sapevo più come lasciare la nuova fiamma e neppure come tornare a casa, così come tutti gli alcolizzati che si rispettino decisi di farla finita: era la via più facile. Ubriaco sfatto in un cassetto trovai due scatole di pillole e le presi tutte: passai l’intera giornata sul gabinetto, le pillole erano dei lassativi! Tornai a casa, il mio bere peggiorava sempre di più, mia moglie mi sopportò il sopportabile per altri 12 anni e infine trovai la lettera del suo avvocato. Il mondo mi crollò addosso: non ritenevo di meritarmi questo, pensavo di non essere proprio tanto male, bevevo forse un po’ troppo ma nulla di più…. Andai ad abitare da solo, ero pieno di rabbia, di rancore e di auto compassione e il bere precipitò: venni ricoverato all’Ospedale Maggiore con un Delirium tremens e poi in alcologia e ancora non capivo cosa ci stessi a fare lì. Rimasi 3 mesi senza bere e poi ricominciai dalle birre analcoliche per poi ricadere velocemente in quelle alcoliche. Dopo 9 mesi terrificanti ebbi un altro ricovero in alcologia e smisi nuovamente di bere. A 40 anni decisi di cambiare la mia vita. Smisi di seguire le orme di mio padre. Oggi non voglio più la morte del bicchiere, oggi scelgo di vivere, oggi so che vale la pena di vivere bene e non solo sopravvivere malamente. Continuo a frequentare i gruppi degli Alcolisti Anonimi, vado l’Alcologia se questo serve ad aiutare qualcuno, vado in carcere per dare speranza a persone che ritengono d’avere il mio stesso problema. Oggi non sono più un rottame da gettare via, alla soglia di quasi 60 anni sono una persona felice, infinitamente grato di essere vivo, grato ad Alcolisti Anonimi e all’alcologia perché mi hanno salvato da una precoce morte certa, grato perché oggi sono vivo e utile a me stesso e ad altri. Funziona, questo posso dirlo a chiunque. Funziona!!
Un’umanità che non mi aspettavo: la mia esperienza al Servizio Androna degli Orti
Ho saputo del Servizio Giovani di Androna degli Orti tramite passaparola. Mi sono rivolto al servizio di mia volontà quando avevo 18 anni, senza aver molto chiaro come funzionasse il servizio stesso. Ho atteso la maggiore età perché inizialmente non volevo coinvolgere i miei genitori e avevo intenzione di iniziare il mio percorso terapeutico nel più completo anonimato. Con quali sostanze avevo problemi? Forse sarebbe più corretto chiedermi con quali sostanze non ne avessi Diciamo che principalmente mi ero complicato la vita con Ketamina, cocaina e oppiacei. Spacciando avevo sempre qualcosa per le mani e non dovendo sforzarmi a cercarla non mi rendevo conto di quanti problemi potessi avere. Quando smisi di spacciare mi ritrovai senza nulla e lì mi resi conto di quanto potesse essere difficile gestire il mio uso che si era trasformato in una dipendenza vera e propria. Ad Androna arrivai disperato e senza sapere cosa mi sarebbe successo. Trovai uno psicologo con cui parlare e poi tornai il giorno dopo totalmente scoperto. Non assumevo sostanze da più 24 ore. Non sapendo cosa aspettarmi l’approccio utilizzato dagli operatori nei miei confronti, ha superato le mie aspettative. Se potessi descriverne la modalità con una parola, questa sarebbe “umanità”. Un tossicodipendente non si aspetta mai di ricevere umanità. Ci sono regole in Androna dalle quali non si può esulare ma prima di tutto viene la persona. Questo è ciò che mi ha colpito maggiormente di questo luogo. Androna mi ha fornito un appoggio dove poter riflettere sui problemi della mia vita, problemi che non affrontavo anche per mancanza di energia. La tossicodipendenza ti toglie le forze. Riuscire a recuperarle ti dà modo di poter cambiare le cose che non vanno della tua vita. A darti forza è sicuramente l’ausilio di una terapia sostitutiva ma che, attenzione, è solo uno strumento e solo tu puoi scegliere cosa farne quand’è in mano tua. Consiglierei Androna? Non è una domanda semplice. Consiglio Androna solo a chi ha l’idea di curarsi e mettersi in discussione fino in fondo. Se uno non parte con l’idea giusta potrebbe diventare un percorso deludente. Se uno ha intenzione di non mettersi in discussione e parcheggiarsi nel servizio non ha neppure senso che venga. Puoi porgere 100 mani a una persona ma se questa non ha intenzione di farsi aiutare è del tutto inutile.
Perchè ho scelto di chiedere aiuto
Sono venuto a conoscenza del Servizio Giovani di Androna degli Orti tramite amici, ma conoscevo di fama il servizio già da quand’ero piccolo. Mi sono rivolto ad Androna in accordo con la mia famiglia, una volta preso atto del mio problema con le sostanze. Tuttavia posso ritenere questo gesto una mia scelta. Avevo problemi con Ketamina e oppiacei. Avevo sviluppato una dipendenza non solo fisica ma mentale, soprattutto dalla Ketamina. Ero arrivato ad un punto di stallo dove senza la sostanza non uscivo neppure di casa, con la conseguenza di compromettere fortemente la mia situazione lavorativa e quella sociale. Così ho deciso di chiedere aiuto a Androna. Inizialmente non ero a mio agio data la situazione, ma conoscevo già di vista alcuni operatori da progetti di prevenzione fatti nelle scuole e nei quartieri. Questo mi ha tranquillizzato parecchio. Ho riscontrato nei miei confronti molta professionalità e soprattutto assenza di giudizio. M’ha colpito il giardino e trovo il luogo molto accogliente. Ho trovato molto utile il percorso psicoterapeutico offerto dal servizio che m’ha dato la possibilità di poter parlare di determinate cose ed essere adeguatamente ascoltato. È stata anche importante la stabilità datami dalla terapia farmacologica a scalare. Nel tempo Androna ha assunto un significato di benessere, un punto di riferimento. Spesso la utilizzo come posto in cui andare piuttosto di star fuori a far danni o di star a casa a lasciarmi andare malamente. A volte è come se fosse una sorta di ricreatorio per grandi dove con una partita a calcetto o a ping pong allontani i pensieri di tutti i giorni. Consiglierai Androna degli Orti a chi sta vivendo problemi come i miei. Tutti dentro hanno la necessità di smettere, il problema è rendersene conto. L’importante è armarsi di buone intenzioni.
La battaglia di mia figlia contro l’alcool
Nell’ottobre 2016, all’età di 22 anni, mia figlia è stata riconosciuta alcolista. Aveva iniziato a bere ai tempi della scuola superiore. Tornava a casa sempre più tardi, confidando nel sonno dei genitori, dormiva fuori, a casa di amici, perché la serata continua così. Io tutto questo, al tempo, lo intuivo anche se non avevo prove, perché quando tornava sentivo l’odore, vedevo che non era lucida, dormiva tutto il giorno, non parlava se non per raccontarmi delle balle. Ho subito cercato aiuto; il primo tentativo è stato fatto con il medico di base, che allora era ancora il pediatra. Mi ha ascoltato, le ha fatto fare degli esami del sangue, dai quali non era emerso nulla e ci ha consigliato di farci aiutare da uno psicologo. Ma come riuscire a portare da uno psicologo una ragazza da poco maggiorenne? Lei non voleva, io non potevo costringerla. Ero impotente. Ero continuamente in ansia, ogni sua uscita diventava un incubo, non dormivo, aspettavo di sentirla tornare. Mi svegliavo ogni ora, l’una, le due, le tre… Le scrivevo messaggi, le telefonavo, scrivevo anche agli amici che conoscevo, pochi, molto pochi. Non rispondeva. Scendevo anche a cercarla. Tornava quando io mi alzavo alla mattina. Iniziammo a litigare pesantemente. La vita era un inferno. Non avevo alcun aiuto. Mio marito non mi supportava e non parlava con lei; non era in grado di farlo. Nel frattempo iniziava a accusare problemi intestinali, il medico di famiglia le prescrisse alcuni esami specifici dai quali emersero varie intolleranze alimentari e il valore dei trigliceridi molto elevato per una ragazza della sua età. Andammo da un endocrinologo, anche perché era aumentata di peso in modo notevole in poco tempo. Stupito dai valori dei trigliceridi, lo specialista le consiglia una dieta equilibrata, ma mentre le parla capisce che non deve trattarsi solo di questo. Inizia quindi a parlare di alcol e a spiegarle gli effetti sulla salute presente e futura considerata la giovane età e il limite di unità alcoliche tollerate perché non si instauri un bere a rischio. Finalmente c’è un medico che inizia ad inquadrare il problema, che fino a quel momento era negato o sottovalutato da lei e non percepito da mio marito. Questo porta alla luce, per tutti, che il problema c’è. Non è più solo un mio sospetto, intuizione, preoccupazione, ansia ecc. Ora lei ha un problema di salute (trigliceridi) legato all’alcol, del quale si deve tener conto e noi dobbiamo cercare di aiutarla. Da quel momento inizia un’altra fase. Lei non vive più con me e la vedo poco. So che continua a bere e forse ancora più di prima. Cerco di parlarle nelle rare occasioni in cui lei viene da me. Ma non so se lei comprenda il problema, i rischi a cui si espone e la mia preoccupazione. Un giorno di ottobre ricevo una chiamata da mio marito, alle sette di mattina. Rispondo. Mi dice di non preoccuparmi, ma che nostra figlia è al pronto soccorso dell’Ospedale di Cattinara. Chiedo cosa sia successo, mi dice che è arrivata con l’ambulanza, ubriaca. Mi viene a prendere e andiamo da lei. La trovo stesa su un lettino nel corridoio del pronto soccorso. Ha una flebo. Io sono come morta dentro. Senza provare nulla per nessuno, chiedo di parlare con un medico. C’è il cambio turno. Mi chiedono di aspettare. Dopo un po’ una dottoressa esce e mi spiega cos’è successo. Hanno eseguito gli esami di routine, l’hanno idratata e la dimetteranno appena si sarà un po’ ripresa. E’ solo un episodio. No non lo è. Le racconto degli esami di un anno prima, della visita con l’endocrinologo, del problema alcol che esiste da almeno un anno. A quel punto la dott.ssa cambia atteggiamento, gentile fino a quel momento, ma non preoccupato. Capisce che non è un episodio, perché ascolta quello che le sto raccontando. Mi guarda e mi dice “allora la mandiamo in alcologia”. Muoio di nuovo. Alcologia? Lì ci sono quelli senza speranza, i casi più disperati, uomini e di una certa età, avanzi della società, gente di cui nessuno si preoccupa. Mia figlia lì? E rispondo sì, va bene. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto questa proposta. Mia figlia viene presa in carico dall’Alcologia. Le propongono di frequentare il dispensario, come percorso terapeutico; due incontri settimanali in un gruppo di persone che, come lei, soffrono di dipendenza da alcol, guidati da uno psicologo. Lei inizia il percorso preoccupata e scettica, credo, e da sola. Verso i primi di dicembre mi chiede di andare con lei. Da un lato, per me, è una gioia immensa perché significa che vuole condividere con me, a quel punto, tutto. Inizio a frequentare il gruppo anch’io e lì, al primo incontro, rimango esterrefatta. Davanti a me ho circa una dozzina di persone, uomini e donne, di età compresa tra i 40 e i 60 anni (solo per indicare una fascia d’età) con delle eccezioni. Lei è la più giovane. Quelle persone sono assolutamente normali, non corrispondono affatto allo stereotipo di alcolista, che avevo in mente. Iniziano a parlare, seguo le loro storie, mi emoziono, mi chiedo perché siano lì ovvero cosa li abbia spinti a dipendere dall’alcol, quali siano le loro sofferenze. Sono persone come me, con storie più o meno amare, a volte terribili. Mi ritrovo, in ogni storia c’è qualcosa che riguarda anche me. Scopro un mondo che non sapevo esistesse, fatto di sofferenza, ma anche di voglia di ricominciare, di uscire da un problema che porta con sé altri problemi: dalla patente sequestrata a problemi di relazione con il coniuge, i figli, la famiglia, nel proprio lavoro. Parlano apertamente, si sente tutta la loro fatica nell’esprimere i loro disagi, alcuni piangono, il gruppo risponde perché è coinvolto, condividono i loro ragionamenti e le loro emozioni, si spronano a vicenda. Non ho mai visto niente di simile se non in famiglia, ma non nella mia. Si va avanti così fino a gennaio 2017, quando Margherita mi dice che vuole continuare da sola, perché ora quello è lo spazio per lei. Mi sento male, perché mi viene tolta l’unica occasione che ho per starle vicino, per sentire cosa ha da dire, per conoscere ciò che sente, cosa prova, cosa è successo dentro di lei. Ma le do tutta la mia fiducia. Non beve più; è in astinenza da quando ha iniziato il percorso. Viene a trovarmi più spesso e ora mi parla. Mi racconta del suo star male, di come ha vissuto quell’ultimo anno, della sua rabbia anche e soprattutto nei miei confronti. Ma ora è qui e si sta aprendo. Io incasso tutto. Sono forte per lei. Ora ascolto, non interrompo, non giudico, non aggredisco verbalmente, rispetto la sua persona, non ho fretta, non sono impaziente, lascio che a parlare sia lei, con i suoi tempi, che si esprima come vuole e che racconti ciò che si sente di raccontare. Con il passare del tempo mi ha raccontato tutto. Quel tutto, per essere sopportato, richiede che una madre accetti, sia capace di accettare un figlio così com’è. Accettandola per come lei è sono venute meno molte delle aspettative che ogni genitore ripone nei propri figli. Ma questo non significa che lei oggi non sia ancora di più di quanto io mi aspettassi. Da luglio 2017 ho iniziato a frequentare il gruppo famigliari; è stata lei a propormelo. Due anni fa pensavo di aver sbagliato tutto nella vita; oggi, serenamente, dico che tutto ciò che è successo mi è stato d’aiuto per essere come sono e dove sono.

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Scopri eventi e iniziative organizzati per i giovani:
approfondiamo insieme tanti temi.

Dal 26 Novembre 2021 al 20 Febbraio 2022

A partire dal 26 novembre, al Salone degli Incanti di Trieste verrà presentata per la prima volta al mondo la più grande mostra sul mondo dei videogiochi.

VIDEOGAMES!, il nuovo progetto a firma di Arthemisia, vuole raccontare la nascita e l’evoluzione dei videogiochi, dai primissimi esperimenti degli anni ’50 fino alle realizzazioni più attuali, consentendo al pubblico di prendere parte attiva alla mostra, giocando con la maggior parte dei dispositivi, vecchi e nuovi.

Spesso guardato con sospetto – nonostante la sua popolarità e le sue notevoli potenzialità comunicative e narrative – il videogioco ha una storia di oltre mezzo secolo durante il quale sviluppo e innovazione lo hanno portato a diventare un importante settore dell’industria dell’intrattenimento e uno dei linguaggi principali della società, diventando fenomeno di massa.
Il percorso si sviluppa in 18 stazioni cronologiche attraverso le quali il visitatore può ripercorrere le fasi fondamentali dell’evoluzione del videogioco: dagli antenati dei videogames agli esperimenti più moderni; dai primi grandi successi al boom delle sale giochi fino ai mitici Cabinati Arcade, strumenti di aggregazione per intere generazioni.

8 Settembre 2021

18-19 settembre
L’ottava edizione della MFTS si terrà sabato 18 e domenica 19 settembre 2021 in Piazza Unità d’Italia.
La Call for Makers termina il 1° Settembre, ma sei hai un progetto interessante puoi ancora iscriverti “last minute”, faremo del nostro meglio per trovare dello spazio per te! Oppure vieni ad aiutarci come volontario!

Scarica l’annuncio dato durante la conferenza stampa del 25 giugno (PDF).

Scarica il volantino della Call for Makers (PDF).

Restart Party:
Quest’anno la Maker Faire Trieste ospiterà anche un variegato Restart Party, un evento gratuito in cui un gruppo di riparatori ti aiuterà ad aggiustare guasti e malfunzionamenti. Maggiori informazioni QUI.

Edizione precedente:
La Maker Faire Trieste 2020 si è svolta il 4 e 5 settembre (venerdì e sabato, dalle 14 alle 21) nella piazza principale di Trieste, Piazza Unità d’Italia, di fronte al mare e circondata dallo storico palazzo del Municipio e dagli altri splendidi edifici che adornano la piazza… il luogo più meraviglioso per un evento incredibile!!!

8 Settembre 2021

dal 9 al 12 settembre

Dopo le tappe di Paluzza-Timau, Resia e Gorizia, la settima edizione del “Up The Gain Festival”, coordinata dall’associazione giovanile Examina, approda a Trieste ampliando così il suo raggio d’azione in tutto il Friuli Venezia Giulia. Nel capoluogo regionale, il ricco calendario di eventi, trova ospitalità dal 9 al 12 settembre sul Colle di San Giusto, al Polo Giovani Toti, sede del PAG Progetto Area Giovani del Comune di Trieste (ingresso eventi da via del Castello, 1).

Il Festival nasce da un fitto lavoro di rete tra associazioni giovanili che è stato riconosciuto con un finanziamento della Regione Autonoma FVG. Le riflessioni e le proposte artistiche presentate sviluppano trasversalmente il concetto di “confine/frontiera” legate a temi importanti come la violenza di genere e l’omotransfobia, la comunicazione scientifica, le abitudini alimentari e l’ecosostenibilità.

A partire dalle 18.00 di giovedì 9 settembre fino al 12 settembre, sarà possibile visitare la mostra d’arte, itinerante e multidisciplinare “Atinia”, organizzata dal collettivo giovanile I Cinque Soli, che racconterà, tramite le opere dei giovani artisti, frontiere e confini. La mostra si avvale della collaborazione di Gruppo78 e di Elica, gruppo accreditato al PAG Progetto Area Giovani.

Alle 21.00 del 10 settembre va in scena il format/concerto “Concerts with Concepts”, a cura dell’associazione Acsreos, dove la musica di artisti, emergenti e non, accompagna gli interventi di esperti e divulgatori.

L’11 settembre dalle 18.00 alle 19.30 si terrà il workshop “Evadere dal proprio confine” a cura di The Lab Collettivo Contemporaneo, una sessione di movimento spontaneo per sperimentare lo spazio che ci separa ed esplorare il contatto con l’”altro”. Non è necessario essere danzatori/danzatrici.

Alle 18.00 del 12 settembre presentazione del libro “I fantasmi di Trieste” mentre dalle 19.30 The Lab – Collettivo Contemporaneo coordina l’incontro “I contenitori dell’Io e dell’Altro” che confluisce nella performance site-specific “Le Krivapete” con cui si chiudono i quattro giorni di “Up the Gain” a Trieste.

Per info e prenotazioni www.associazioneexamina.it e sui social delle associazioni

Green Pass o tampone negativo entro le 48h richiesto all’ingresso

7 Settembre 2021

TRIESTE 6 SETTEMBRE 2021
GORIZIA/NOVA GORICA 6-8 STTEMENBRE 2021
GRADISCA D’ISONZO 9-12 SETTEMBRE 2021

L’edizione 2021 si apre, il 6 settembre, con un’importante anteprima a Trieste in cui il Collettivo lunAzione accompagnerà il pubblico in una performance itinerante alla scoperta della SISSA, delle persone che ci lavorano, degli studi che si svolgono e delle relazioni che si creano.

Dal 6 all’8 settembre il Festival fa tappa a Gorizia proponendo tre diverse performance itineranti a cielo aperto, tre spettacoli urbani che presentano format e linguaggi diversi, dalla danza al teatro, al video. Prevedendo sempre un pubblico attivo e partecipe.
Dal 9 al 12 settembre In\Visible Cities si sposta a Gradisca d’Isonzo, sempre più il cuore pulsante del Festival, per 4 giorni di iniziative diffuse in tutto il centro urbano, dal pomeriggio fino a tarda sera. 25 appuntamenti tra spettacoli, percorsi itineranti con cuffie wi-fi, installazioni multimediali, concerti e incontri che invaderanno sale e teatri, piazze e parchi. Con una novità: da quest’anno, grazie a “Gradisca città visibile”, inizieremo ad ospitare alcuni eventi in parchi e cortili privati, dando la possibilità al pubblico di scoprire e apprezzare nuovi affascinanti e suggestivi spazi del centro.

6 agosto 2021

Vivi da protagonista il Festival della ricerca scientifica!

Trieste Next è il Festival della Ricerca Scientifica che si svolgerà dal 24 al 26 settembre 2021 a Trieste, in diverse sedi del centro città. Il focus della decima edizione è TAKE CARE. LA SCIENZA PER IL BENESSERE SOSTENIBILE e intende presentare al grande pubblico lo stato dell’arte della ricerca scientifica nel settore e favorire il dialogo e il confronto costruttivo tra le discipline STEM e le scienze umane e sociali.

Anche quest’anno Trieste Next promuove il “Progetto Volontari”, per permettere a tutti gli studenti e le studentesse dell’Università di Trieste di vivere da protagonisti la manifestazione. I volontari saranno in prima linea nell’organizzazione dell’evento e faranno un’esperienza davvero coinvolgente e formativa all’interno di una manifestazione di forte richiamo, con un programma ricco di appuntamenti e di grandi ospiti, che per tre giorni animerà la città di Trieste.

Il bando è rivolto a studenti e studentesse dell’Università di Trieste disponibili a fornire un supporto organizzativo nei giorni precedenti e nel periodo di svolgimento della manifestazione (24-25-26 settembre 2021). Candidature entro il 5 settembre 2021.