Nell’ottobre 2016, all’età di 22 anni, mia figlia è stata riconosciuta alcolista.

Aveva iniziato a bere ai tempi della scuola superiore.

Tornava a casa sempre più tardi, confidando nel sonno dei genitori, dormiva fuori, a casa di amici, perché la serata continua così.   

Io tutto questo, al tempo, lo intuivo anche se non avevo prove, perché quando tornava sentivo l’odore, vedevo che non era lucida, dormiva tutto il giorno, non parlava se non per raccontarmi delle balle.

Ho subito cercato aiuto; il primo tentativo è stato fatto con il medico di base, che allora era ancora il pediatra. Mi ha ascoltato, le ha fatto fare degli esami del sangue, dai quali non era emerso nulla e ci ha consigliato di farci aiutare da uno psicologo. Ma come riuscire a portare da uno psicologo una ragazza da poco maggiorenne? Lei non voleva, io non potevo costringerla. Ero impotente.

Ero continuamente in ansia, ogni sua uscita diventava un incubo, non dormivo, aspettavo di sentirla tornare. Mi svegliavo ogni ora, l’una, le due, le tre… Le scrivevo messaggi, le telefonavo, scrivevo anche agli amici che conoscevo, pochi, molto pochi. Non rispondeva. Scendevo anche a cercarla. Tornava quando io mi alzavo alla mattina. Iniziammo a litigare pesantemente. La vita era un inferno. Non avevo alcun aiuto. Mio marito non mi supportava e non parlava con lei; non era in grado di farlo.

Nel frattempo iniziava a accusare problemi intestinali, il medico di famiglia le prescrisse alcuni esami specifici dai quali emersero varie intolleranze alimentari e il valore dei trigliceridi molto elevato per una ragazza della sua età. Andammo da un endocrinologo, anche perché era aumentata di peso in modo notevole in poco tempo. Stupito dai valori dei trigliceridi, lo specialista le consiglia una dieta equilibrata, ma mentre le parla capisce che non deve trattarsi solo di questo. Inizia quindi a parlare di alcol e a spiegarle gli effetti sulla salute presente e futura considerata la giovane età e il limite di unità alcoliche tollerate perché non si instauri un bere a rischio.

Finalmente c’è un medico che inizia ad inquadrare il problema, che fino a quel momento era negato o sottovalutato da lei e non percepito da mio marito. Questo porta alla luce, per tutti, che il problema c’è. Non è più solo un mio sospetto, intuizione, preoccupazione, ansia ecc. Ora lei ha un problema di salute (trigliceridi) legato all’alcol, del quale si deve tener conto e noi dobbiamo cercare di aiutarla.

Da quel momento inizia un’altra fase. Lei non vive più con me e la vedo poco. So che continua a bere e forse ancora più di prima. Cerco di parlarle nelle rare occasioni in cui lei viene da me. Ma non so se lei comprenda il problema, i rischi a cui si espone e la mia preoccupazione. Un giorno di ottobre ricevo una chiamata da mio marito, alle sette di mattina. Rispondo. Mi dice di non preoccuparmi, ma che nostra figlia è al pronto soccorso dell’Ospedale di Cattinara. Chiedo cosa sia successo, mi dice che è arrivata con l’ambulanza, ubriaca. Mi viene a prendere e andiamo da lei. La trovo stesa su un lettino nel corridoio del pronto soccorso. Ha una flebo.

Io sono come morta dentro. Senza provare nulla per nessuno, chiedo di parlare con un medico. C’è il cambio turno. Mi chiedono di aspettare. Dopo un po’ una dottoressa esce e mi spiega cos’è successo. Hanno eseguito gli esami di routine, l’hanno idratata e la dimetteranno appena si sarà un po’ ripresa. E’ solo un episodio.

No non lo è. Le racconto degli esami di un anno prima, della visita con l’endocrinologo, del problema alcol che esiste da almeno un anno. A quel punto la dott.ssa cambia atteggiamento, gentile fino a quel momento, ma non preoccupato. Capisce che non è un episodio, perché ascolta quello che le sto raccontando. Mi guarda e mi dice “allora la mandiamo in alcologia”. Muoio di nuovo. Alcologia? Lì ci sono quelli senza speranza, i casi più disperati, uomini e di una certa età, avanzi della società, gente di cui nessuno si preoccupa. Mia figlia lì? E rispondo sì, va bene. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto questa proposta.

Mia figlia viene presa in carico dall’Alcologia. Le propongono di frequentare il dispensario, come percorso terapeutico; due incontri settimanali in un gruppo di persone che, come lei, soffrono di dipendenza da alcol, guidati da uno psicologo. Lei inizia il percorso preoccupata e scettica, credo, e da sola. Verso i primi di dicembre mi chiede di andare con lei. Da un lato, per me, è una gioia immensa perché significa che vuole condividere con me, a quel punto, tutto. Inizio a frequentare il gruppo anch’io e lì, al primo incontro, rimango esterrefatta. Davanti a me ho circa una dozzina di persone, uomini e donne, di età compresa tra i 40 e i 60 anni (solo per indicare una fascia d’età) con delle eccezioni. Lei è la più giovane. Quelle persone sono assolutamente normali, non corrispondono affatto allo stereotipo di alcolista, che avevo in mente. Iniziano a parlare, seguo le loro storie, mi emoziono, mi chiedo perché siano lì ovvero cosa li abbia spinti a dipendere dall’alcol, quali siano le loro sofferenze. Sono persone come me, con storie più o meno amare, a volte terribili. Mi ritrovo, in ogni storia c’è qualcosa che riguarda anche me. Scopro un mondo che non sapevo esistesse, fatto di sofferenza, ma anche di voglia di ricominciare, di uscire da un problema che porta con sé altri problemi: dalla patente sequestrata a problemi di relazione con il coniuge, i figli, la famiglia, nel proprio lavoro. Parlano apertamente, si sente tutta la loro fatica nell’esprimere i loro disagi, alcuni piangono, il gruppo risponde perché è coinvolto, condividono i loro ragionamenti e le loro emozioni, si spronano a vicenda. Non ho mai visto niente di simile se non in famiglia, ma non nella mia.

Si va avanti così fino a gennaio 2017, quando Margherita mi dice che vuole continuare da sola, perché ora quello è lo spazio per lei. Mi sento male, perché mi viene tolta l’unica occasione che ho per starle vicino, per sentire cosa ha da dire, per conoscere ciò che sente, cosa prova, cosa è successo dentro di lei. Ma le do tutta la mia fiducia. Non beve più; è in astinenza da quando ha iniziato il percorso. Viene a trovarmi più spesso e ora mi parla. Mi racconta del suo star male, di come ha vissuto quell’ultimo anno, della sua rabbia anche e soprattutto nei miei confronti. Ma ora è qui e si sta aprendo. Io incasso tutto. Sono forte per lei. Ora ascolto, non interrompo, non giudico, non aggredisco verbalmente, rispetto la sua persona, non ho fretta, non sono impaziente, lascio che a parlare sia lei, con i suoi tempi, che si esprima come vuole e che racconti ciò che si sente di raccontare. Con il passare del tempo mi ha raccontato tutto. Quel tutto, per essere sopportato, richiede che una madre accetti, sia capace di accettare un figlio così com’è. Accettandola per come lei è sono venute meno molte delle aspettative che ogni genitore ripone nei propri figli. Ma questo non significa che lei oggi non sia ancora di più di quanto io mi aspettassi. Da luglio 2017 ho iniziato a frequentare il gruppo famigliari; è stata lei a propormelo.

Due anni fa pensavo di aver sbagliato tutto nella vita; oggi, serenamente, dico che tutto ciò che è successo mi è stato d’aiuto per essere come sono e dove sono.