Ieri…

Ieri era movimento. Continuo, disperato, senza fine. Piscina, cyclette, palestra, scale, mare, montagna, campagna, città. Scarpe consumate, muscoli contratti, il cuore che accelera, calorie che scivolano via. Movimento incessante dentro di me, nella mia testa, pensieri, voci. Mai tranquillità.


Ieri erano due ciliegie. Rosse, lucide, tonde, due ciliegie (da sempre mio frutto preferito) mi aspettano, mi invitano. Tra tutte ho scelto quelle due, quelle mi sembravano più perfette. Basterebbe un boccone (meglio due per non essere ingorda). Ma quante calorie ci saranno in quelle due ciliegie? Rinuncio alle ciliegie. Devo essere più forte. Se cedo a quelle ciliegie, sarò un’ingorda, una debole, ingrasserò, dovrò fare almeno un’ora di nuoto per smaltirle. Ormai mi fa paura anche una sola caloria. Una caloria di troppo. Un grammo di troppo. Non posso più vivere senza bilancia. Non posso mangiare ciò di cui non conosco l’esatta composizione.

Ieri era controllo. Controllo della mia vita e di quella degli altri. Tutto dev’essere come l’ho pensato e ripensato nella mia testa. Gli orari precisi al minuto. Gli alimenti, sempre e solo la stessa marca, mangiati con la stessa lentezza e gli stessi rituali. A colazione (ore 7.30, non 7.29 e non 7.31), una sottilissima fetta di pane integrale senza grassi spalmata da un impalpabile velo di marmellata suddivisa in quadratini di 1 cm per 1 cm, il cucchiaino con il manico blu, in ordine sopra il tovagliolo piegato a metà, il latte, sempre nella stessa tazza, misurato con la brocca millimetrata, scaldato e lasciato raffreddare non so quante volte alla ricerca della temperatura perfetta. Ecco, sono solo le 7.30 è la giornata è già così complicata. Non andrà migliorando verso sera… E se le cose non sono perfette così come pianificate nella mia mente in incessante lavorio, divento nervosa, anche cattiva, urlo, piango, mi dispero e non mangio.


Ieri era paura. Paura del cibo. Sempre più la paura, sempre maggiore la restrizione verso gli alimenti. Paura del mondo, così imprevedibile, così poco controllabile. Paura delle persone, mi guardano, mi giudicano, mi dicono di mangiare, mi dicono che sono magra, che sono pazza, ma io lo so che in fondo sono invidiosi della mia magrezza, del mio ferreo controllo, della mia leggerezza, i pazzi sono loro. Paura della vita e del futuro. “Non lo chiamerei vivere. Forse sopravvivere. Ma non sono sicura che riuscirò a fare nemmeno quello.” “Come si muore di fame? È una morte lenta o succede improvvisamente? Si soffre o si cade in un sonno senza risveglio?” “Come sono dentro? Cosa sta succedendo al mio organismo? Immagino i miei organi, minuscoli dentro un enorme spazio vuoto. Io mi potrei fermare, ma non lo faccio. Loro non si possono mai fermare, nonostante la fame. Un giorno o l’altro si fermeranno.”
Ieri era inganno. Il cibo nascosto in tasca o nel tovagliolo o dato da mangiare al cane. Le porzioni ridotte ancora prima di entrare nel piatto. Lo yogurt magro “travestito” da yogurt intero. La sveglia in piena notte per correre sulla cyclette senza che nessuno se ne accorga. Gli integratori svuotati nel lavandino. Mentre tutti disperatamente fanno di tutto per farmi prendere peso, io faccio di tutto per perderlo. Mi inganno da sola. Credo di poter tenere tutto sotto controllo. Muovermi, non mangiare senza perdere peso. Il mio appuntamento settimanale sulla bilancia del medico è sempre un sorprendente disastro, quella lancetta si ferma sempre più in basso.


Ieri era dolore. Dolore fisico. Le ossa una contro l’altra quando cerco di dormire o contro il sedile della sedia quando cerco di stare seduta. Dolore emotivo, molto più forte, straziante, apparentemente senza cura. “Stringimi forte, non farmi volare via. Ma se mi stringi senti tutta la mia fragilità e la mia “non essenza”. Allora preferisco tenerti lontano.”

Oggi…
Oggi è il 15 marzo 2015, domenica. Sono le 7.30 di mattina. Il cucchiaino con il manico blu non esiste più. Posso stare seduta senza sentire dolore. Ho dormito, senza pensieri, ascoltando il respiro del mio fidanzato accanto me. Ora che sto bene con me stessa, posso stare anche con gli altri. Ora che ho ripreso ad amare me stessa, posso amare anche un’altra persona. Guardo fuori dalla finestra del mio appartamento, la città addormentata. Il mare calmo. Sono ormai due anni che vivo qui, che ho lasciato casa di mia mamma. Domani andrò al lavoro, in ospedale, ora sono un medico, non più un paziente.

Oggi è molto altro e molto altro sarà.

Oggi riesco a sorridere. Ho ritrovato il sorriso, l’entusiasmo e la gioia di vivere.

Oggi posso dirlo, ieri non era una vita. Ieri era una trappola. Ieri non c’era futuro. Ieri non sorridevo. Ma ieri è passato e io, sorridendo, vi saluto.